“Orso Bianco” il nuovo album di Giordano Forlai

orso bianco

Giordano Forlai torna sulla scena discografica con il suo nuovo album
Orso Bianco” che fa seguito a “Origami” (da me già recensito QUI).
“Orso bianco” è un album che segna una tappa di riflessione, di  maturità e insieme di transizione nell’opera di Giordano, cantautore che già aveva dato prova delle sue grandi capacità compositive e interpretative con l’album precedente.
Chi lo conosce da anni sa la serietà e la passione che ha sempre dedicato alla musica e come la consideri non certo una semplice attività ma una parte fondamentale nell’esprimere la sua sensibilità e il suo approccio alla vita.

Non sorprende quindi che “Orso Bianco” sia un concept album pieno di riflessioni sull’uomo e sull’artista che rappresenta un’ulteriore evoluzione della sua scrittura musicale.

Già la tessitura musicale appare impeccabile per strumentazione, arrangiamenti, parti vocali e per l’intrecciarsi di diversi generi (cantautoriale, rock, prog) che si fondono però perfettamente a evidenziare una chiara cifra stilistica che ormai distingue questo cantautore e lo consacra come una novità di grande spessore in un panorama musicale abbastanza stagnante dal punto di vista delle nuove produzioni.
Inoltre Giordano è stato affiancato in questa produzione da musicisti e professionisti di altissima qualità che hanno saputo tradurre lo spirito dell’album in esecuzioni e arrangiamenti.

Quello che però caratterizza Giordano è principalmente la fusione tra la musica e la profondità di testi che non risultano mai pesanti, pur affrontando temi come la ricerca di se stessi e la voglia di libertà, inseguiti con coraggio pur tra i dubbi e le varie anime che si agitano dentro ciascuno di noi.
Non credo infatti sia casuale l’apertura di questo album, dedicata appunto al tema del “coraggio”.

Il coraggio di cui parla Giordano è quello della rinascita, del superamento di errori e sofferenze inevitabili nel percorso di ciascuno di noi.
E questo filo conduttore attraversa le 12 tracce di questo concept album in una sorta di viaggio tra gli alti e bassi dell’animo umano, viaggio che può condurci “a riveder le stelle”, a un equilibrio che permetta la guida consapevole della nostra esistenza.
Ecco ancora la transizione e insieme la maturità di cui parlavo all’inizio. Un disco “liminale” che è quasi un rito di passaggio e di presa di coscienza.
E la musica, che spesso può sembrare contraddittoria nella sua varietà di generi, riflette invece benissimo lo scontrarsi di diverse anime esistenziali e musicali, rappresentandoci, anche sonoramente, la ricerca dell’equilibrio

La title track dell’album riassume questo scontro tra due nature che cercano di prevalere l’una sull’altra; il cacciatore e l’orso che dovrebbe esserne preda si combattono per sopravvivere in una eterna lotta che la vita ci presenta come conseguenza di un inevitabile “contratto”, come recita la canzone.

Difficile preferire una canzone a un’altra in quanto tutte sono complementari nel definire il “concetto” sotteso a tutto l’album.
Segnalo comunque alcune tra le mie preferite: “Io sono qui” di una autenticità che emoziona, la cantautoriale “L’Acrobata”, il prog e l’elettronica de “Il viaggio”, il rock di “Nero” e la voglia di libertà di “Blu”.

Un album impedibile  per chi ama la buona musica che fa anche riflettere.
Un lavoro originale e di grande qualità. Non perdetevelo.

Gian Luigi Ago

 

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Opporsi senza ipocrisie al Decreto in/Sicurezza art.13

art.13

Riassumiamo cosa prevede l’art. 13 del famigerato Decreto (in)Sicurezza del governo Conte.
Diciamo subito che è Conte il responsabile principale (se non unico) del decreto, in quanto Presidente del Consiglio, seguito poi dagli altri ministri e da quanti hanno votato il decreto in Parlamento.
E’ ora di sfatare la favoletta di un Conte moderato, di un Salvini cattivo e di un Di Maio buono e quella della possibilità di creare dialoghi presenti o futuri con alcuni esponenti più “moderati” di questo governo.
Chi non era d’accordo, avrebbe dovuto lasciare Governo e relativa appartenenza partitica; ormai costoro non possono più considerarsi moderati, al massimo complici convinti; e tutti sarebbero condannati in pari misura in un’ipotetica Norimberga morale.

Ma torniamo all’art. 13: esso prevede la negazione ai richiedenti asilo dell’iscrizione all’anagrafe, cosa che comporta, contro lo spirito della Costituzione, la negazione di diritti essenziali quali quello alla casa, l’accesso all’istruzione e alla sanità. Inoltre la chiusura dei porti crea la violazione di decine di norme internazionali sui diritti umani, quelle sul soccorso “senza indugio” in mare e di un fondamentale senso di umanità e solidarietà base della convivenza civile.
Inoltre è la stessa sicurezza che viene minata: avremo un esercito di senza diritti che non potrà avere, casa, lavoro, assistenza sanitaria e che facilmente saranno preda di sfruttatori e associazioni criminali.

A fronte di tutto questo non ci si può nascondere dietro la sacralità della Legge. Erano legali anche le leggi razziali, era legale quanto fatto al G8 di Genova.
Il dissenso, l’obiezione di coscienza, la disobbedienza civile sono forme di pratica democratica; la convivenza non è solo un fatto giuridico ma, e soprattutto, politico, sociale, umano.

E poi con la rassegnazione alle leggi ingiuste non c’è la possibilità di fare in modo che anche la Legge si adegui al volere popolare, volere che non si esplica solo con il voto, che ne costituisce solo una parte, e per giunta come fase finale.
La politica si fa denunciando, anche in modo provocatorio e di disobbedienza, le ingiustizie.
La Storia ci insegna che in casi estremi si è ricorso anche alle armi, come nella Resistenza. Ovviamente non è questo il caso ma serve a far capire che il metodo di opporsi alle ingiustizie e alle aberrazioni giuridiche serve al cambiamento politico e a dare una spinta inevitabile anche alle procedure istituzionali di modifica o abrogazioni di leggi ingiuste.

Pararsi dietro il luogo comune che le leggi vanno sempre rispettate, e che si deve in silenzio aspettare che vengano cambiate con le dovute procedure, significa negare alla base sociale, ma anche istituzionale, di manifestare un dissenso in diverse forme (anche di disubbidienza), impedire la creazione di coscienza sociale e politica, che si possono attuare evidenziando le ingiustizie, favorendo di conseguenza processi di costruzione di alternativa democratica.

Gian Luigi Ago

Citazioni letterarie in Gaber/Luporini (in particolare Cèline)

In fondo a questo articolo troverete un elenco (seppur parziale) dei brani di Cèline riprodotti nelle opere di Gaber / Luporini.

C’è nell’opera di Gaber e Luporini un florilegio di riferimenti che, lungi dall’essere copiatura, si struttura in qualcosa di molto elevato che definirei “competenza” intesa come capacità di acquisire conoscenza e trasporla in contesti diversi.
Tutte le citazioni letterarie presenti negli spettacoli di Gaber e Luporini rappresentano l’acquisizione del concetto “universale” di cui esse sono espressione, universalità che ne consente, a fronte della “competenza” dei Nostri, una rilettura e riutilizzazione in chiave nuova e ricontestualizzata pur nel rispetto dell’essenza originaria.
Se pensiamo poi che tutta questa operazione genera a sua volta arte, questo meccanismo di citazioni è una delle meraviglie dell’opera di Gaber e Luporini.

Il fatto che fra tutte le citazioni letterarie presenti nelle opere dei Nostri quelle preponderanti siano tratte da Céline (ma anche da Borges, Robbe-Grillet, Proust ed altri) credo che abbia le radici in motivazioni profonde e non casuali.

Vorrei soffermarmi soprattutto sul versante céliniano. Il “Voyage” è un libro che può affascinare o irritare, ma mai lasciare indifferenti.
Io lo ritengo un vero libro “cult”, imprescindibile e di un’importanza fondamentale, almeno per quelli che, come me, hanno avuto la sorte di nascere a metà del secolo scorso senza vederne l’inizio e che si trovano a vivere in questo nuovo secolo di cui non vedranno mai la fine.
Céline è stato, prima di uno scrittore, un uomo straordinario, atipico, controverso, provocatore.
Alcune sue posizioni, che tra l’altro pagò di persona, possono risultare equivoche e squalificanti.
Eppure Céline è stato al di sopra di tutto questo.

“Il suo “Voyage” è uno sguardo feroce sul Novecento, è l’immagine di un dolore per la natura umana mascherato da uno sguardo irriverente e sferzante, è un’autobiografia che si svolge tra Europa, Africa e America, in cui tutte le nefandezze e le miserie del secolo sono evidenziate, è una luce che illumina il buio delle nostre anime, è l’immagine di una Storia giunta inevitabilmente al capolinea”

E poi c’è quell’incredibile scrittura: il linguaggio, unico nella storia della letteratura, con inversioni di parole, alterazioni sintattiche, proliferare di avverbi e pronomi. Questo libro fu subito uno scandalo per forma e contenuti: attaccava le fondamenta della letteratura, minandone la legittimità. Il viaggio di Bardamu/Céline verso il “fondo” della notte (bout è “fondo” più che “termine”), dalla guerra alla morte, attraverso il colonialismo, il fordismo, la piccola borghesia, attraversa i più reconditi anfratti dell’uomo in una visione disperata e sarcastica della vita.

“Coraggio, Ferdinand, ripetevo a me stesso, per tenermi su. A forza di essere sbattuto fuori dappertutto finirai di sicuro per trovarlo il trucco (le truc) che gli fa tanto paura a tutti, a tutti gli stronzi che ci sono in giro, deve stare in fondo alla notte. E’ per questo che non ci vanno loro in fondo alla notte”
(da “Viaggio al termine della notte”).

Ecco: giungere fino in fondo all’ignoto per cercare il nuovo. Lo sguardo di Bardamu/Céline è uno sguardo lucido, critico, feroce, ma anche compassionevole.
Credo che in tutto questo si possa ritrovare molto dell’opera di Gaber e Luporini, pur con le dovute differenze.
Non credo sia esatto dire che Céline abbia influenzato l’opera dei Nostri, ma piuttosto che il loro sia stato un “incontro” fatto di parallelismi storici, umani, emozionali che ha permesso al “già espresso” di Céline di ritornare a essere mirabile “forma” di un omologo “contenuto” e soprattutto arte che genera arte.

Gian Luigi Ago (segue elenco citazioni)

RIFERIMENTI AL “VIAGGIO AL TERMINE DELLA NOTTE” DI CÉLINE – EDIZIONI CORBACCIO:

Pag.46: Ero mica tanto savio da parte mia ma comunque diventato COSI’ PRATICO DA ESSERE DEFINITIVAMENTE VIGLIACCO
(G/L: “La paura”- Polli di allevamento)

Pag.106: …il nome di DIARREA COGITANTE DI LIBERAZIONE
(G/L: “L’analisi”- Anche per oggi non si vola)

Pag.153: ….consisteva nell’organizzare dei concorsi di febbre (….) “POSSO PIÙ PISCIARE TANTO CHE SUDO”….
(G/L: “Il Febbrosario”- Anche per oggi non si vola)

Pag.155: MICA E’ UN UOMO, quel magnaccia lì, E’ UN’INFEZIONE
(G/L “Il cancro”-Libertà obbligatoria)

Pagg. 198/199: …mia madre che mi aveva contaminato con le sue tradizioni:”SI RUBA UN UOVO… E POI UN BUE, E POI SI FINISCE PER ASSASSINARE LA MADRE (…)LE IMPARI DA PICCOLO E VENGONO A TERRORIZZARTI SENZA SCAMPO, PIU’ TARDI (…) CHE DEBOLEZZE! PER DISFARSENE SI PUO’ APPENA CONTARE SULLA FORZA DELLE COSE. FORTUNATAMENTE, E’ ENORME, LA FORZA DELLE COSE (…) Mia madre AVEVA PROVERBI SOLO PER L’ONESTA’
(G/L: “Introduzione a Libertà obbligatoria”)

Pag. 230: SIAMO PER NATURA COSI’ SUPERFICIALI, CHE SOLTANTO LE DISTRAZIONI CI POSSONO IMPEDIRE DAVVERO DI MORIRE
(G/L: “Il suicidio” – Polli di allevamento)
Pag. 232: …TUTTO SI TRASFORMA E IL MONDO PAUROSAMENTE OSTILE SI METTE DI COLPO A ROTOLARE AI TUOI PIEDI COME UNA PALLA SORNIONA, DOCILE E VELLUTATA
(G/L: “Il suicidio” – Polli di allevamento)

Pag. 241: ….LA TESTA VI GIRA, E IL DUBBIO VI ATTIRA, E L’INFINITO SI SPALANCA SOLO PER VOI, UN RIDICOLO PICCOLO INFINITO E VOI CI CASCATE DENTRO…IL VIAGGIO E’ LA RICERCA DI QUESTO NIENTE ASSOLUTO, DI QUESTA PICCOLA VERTIGINE PER COGLIONI…
(G/L: “L’ingenuo” – Polli di allevamento)

Pag.258: …si era presa LA MANIA DI FOTOGRAFARE GLI UCCELLI NEI LORO NIDI…(G/L: “Il suicidio” – Polli di allevamento)

Pag.283: “NON ABBIAMO MAI UN SOLDO IN CASA!” A TITOLO D’INFORMAZIONE E DI PRECAUZIONE, COSI’, PER SCORAGGIARE I LADRI E GLI EVENTUALI ASSASSINI
(G/L: “La paura” – Polli di allevamento)

Pag.297: C’E’ UN LIMITE A TUTTO. NON E’ SEMPRE LA MORTE….
(G/L:”Il suicidio” – Polli di allevamento)

Pag.311: CI CAPITARONO PIU’ FALLITI LI’ CHE ALL’USCITA DEL CONSERVATORIO
(G/L: “Le carte” – Libertà obbligatoria)

Pag.325: NON SI RIESCE NEMMENO PIU’ A DISSIMULARLA LA PROPRIA PENA, IL FALLIMENTO, SI FINISCE PER AVERE LA FACCIA PIENA DI QUELLA BRUTTA SMORFIA CHE IMPIEGA VENTI, TRENT’ANNI E PIU’ A RISALIRE FINALMENTE DAL VENTRE ALLA FACCIA (….)UNA SMORFIA, CHE LUI CI METTE UNA VITA A CONFEZIONARSI E ANCORA NON GLI RIESCE SEMPRE DI PORATRLA A TERMINE TANTO E’ PESANTE E COMPLICATA LA SMORFIA CHE BISOGNEREBBE FARE PER ESPRIMERE LA PROPRIA VERA ANIMA SENZA NULLA PERDERE
(G/L: “La smorfia” – Libertà obbligatoria)

Pag.330: BISOGNA SENTIRE IN FONDO A OGNI MUSICA L’ARIA SENZA NOTE, fatta per noi, L’ARIA DELLA MORTE
(G/L: “La festa” – Polli di allevamento)

Pagg. 344/345: E la musica è tornata nella festa(…)DALLE MONTAGNE CHE NON SONO RUSSE (…) SONO DEI RUTTI DI GIOIA LE FESTE (…) BISOGNAVA STRAPPARLI AI LORO DISASTRI.GLI AVESSERO DATO LA MORTE IN PREMIO PER VENTI SOLDI SI SAREBBERO PRECIPITATI SU QUELL’AGGEGGIO (…) ASPETTARE, E’ FESTA ANCHE QUELLO
(G/L: “La festa” – Polli di allevamento)

Pagg.357/358: L’HA MICA RUBATO L’OBBLIGO DI VIVERE (…)ESSERE VECCHI VUOL DIRE NON TROVARE PIU’ UNA PARTE PASSIONALE DA RECITARE, CADERE IN QUELL’INTERMEZZO INSIPIDO IN CUI NON SI ASPETTA CHE LA MORTE
(G/L: “ Finale di Libertà obbligatoria”)

Pagg.394/395: NELLE CASE, NIENTE DI BUONO. QUANDO UNA PORTA SI CHIUDE DIETRO UN UOMO, LUI COMINCIA SUBITO A PUZZARE (…)PASSA DI MODA SUL POSTO (…) “TRE FRANCHI LA SCATOLA PER PURGARE TUTTA LA FAMIGLIA” UN AFFARE! (…) SI FA TUTTO INSIEME IN FAMIGLIA (…) PER ARRIVARE AL GIUDIZIO UNIVERSALE CHE SI TERRA’ PER STRADA, CHIARO CHE IN HOTEL UNO E’ PIU’ VICINO.POSSONO VENIRE GLI ANGELI CON LE TROMBE, ARRIVEREMO PRIMA NOI, SCESI DALL’HOTEL (…) ERANO CAMBIATI GLI ESSERI MA NON LE IDEE. ANDAVANO ANCORA, COME SEMPRE, GLI UNI E GLI ALTRI, A BRUCARE UN TANTO DI MEDICINA, QUALCHE PEZZO DI CHIMICA, DELLE COMPRESSE DI DIRITTO, E INTERE ZOOLOGIE, A ORARI PRESSAPPOCO REGOLARI (…) LA SUA FELICITA’, ABBRACCIARE LA FAMIGLIA SENZA SENZA MAI GUARDARLA LA POESIA….
(G/L: “La strada”-Anche per oggi non si vola)

Pag.400: …SI LAMENTAVANO DI TUTTA LA LORO VITA SGAMBETTANDO
(G/L: “La festa” – Polli di allevamento)

Pag.419: SE SI VIVESSE ABBASTANZA A LUNGO NON SI SAPREBBE PIU’ DOVE ANDARE PER RICOMINCIARE CON LA FELICITA’. NE AVREBBERO MESSI DAPPERTUTTO DI ABORTI DI FELICITA’…
(G/L: “Il delirio” – Libertà obbligatoria)

CITAZIONE DA “COLLOQUI CON IL PROFESSOR Y” DI CÉLINE , NUOVI CORALLI EINAUDI:

Pag. 4 AI GIOVANI PIACE L’IMPOSTURA COME AI CAGNOLINI PIACCIONO QUEI LEGNETTI, QUEGLI OSSI FASULLI, E LORO CI CORRONO DIETRO! SI PRECIPITANO ABBAIANO, PERDONO TEMPO… È QUEL CHE CONTA.
(L’ingenuo-Polli di allevamento)

Sarri “Gardner”, il Mister più sopravvalutato della storia

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Sarri mi ricorda Chance the Gardner, lo straordinario personaggio interpretato da Peter Sellers nel capolavoro cinematografico “Oltre il giardino (Being there)”.
Che Sarri se ne vada dall’italia, anche senza camminare sull’acqua, non può che essere un bene per il calcio.
Sarri è senza dubbio un allenatore mediocre e insieme il più sopravvalutato allenatore della storia.
La sua totale ottusità, la sua incapacità di cambiare modulo, di far riposare i giocatori è stata subito interpretata come una genialata visto il bel gioco che produceva.
Ma si sa che nel calcio si compete per vincere e non solo per dare spettacolo, e dico “solo” perché quando il bel calcio non produce risultati rende sterile la sua bellezza che dovrebbe essere il mezzo e non il fine del calcio.

Tre anni di immobilità dell’allenatore hanno prodotto zero risultati.
Il bel gioco è stato prodotto da un’indubbia qualità dei giocatori (finché non si sono spompati a causa dell’ottusità sarriana) e da una serie di circostanze, cito solo la crisi di Inter e Milan e una Roma che è ripartita quasi da zero con un nuovo allenatore.
Eppure questa leggenda metropolitana della grande bravura di Sarri è circolata senza che nessuno si sia alzato per pronunciare la famosa frase di Fantozzi al termine della proiezione della Corazzata Potëmkin.

La realtà è che il Napoli di Sarri è stata una squadra che pur avendo buoni giocatori e un bel gioco ha altalenato tra il secondo e terzo posto ed è stato regolarmente fermato in Europa facendo peggio anche di squadre ancora in costruzione come la Roma che, con un allenatore debuttante in Champions, ha raggiunto la semifinale, sfiorando anche l’accesso alla finale.

L’atteggiamento dei tifosi è stato anch’esso negativo: l’euforia, la santificazione di Sarri, il grido di “Fino al Palazzo”, sono state anch’essi sproporzionati rispetto alla realtà.
Basti pensare ai festeggiamenti per la vittoria sulla Juve che ha significato un allentamento della tensione anziché un momento di maggiore concentrazione.
L’amore incondizionato esiste in qualsiasi tifoseria ma esiste anche la critica, l’andare fuori ai luoghi di allenamento a protestare contro i giocatori e l’allenatore.
Questo porgere cristianamente l’altra guancia ha impedito di dare uno stimolo e una concentrazione alla squadra che si è così adagiata su questo amore incondizionato.

La partenza di Sarri, il suo fallimento con una squadra che con un altro allenatore avrebbe potuto vincere in Europa e in Italia, dovrebbe far ricredere molti e spingerli ad altri atteggiamenti per il futuro.
Come dicevo, la partenza dall’Italia di Sarri è un bene per il calcio. Conservatene il santino, l’altarino e la statuetta nel presepe ma cercate di essere più realisti per il futuro.

Gian Luigi Ago

 

Marcel Proust e Louis-Ferdinand Céline

 

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A chi mi chiede come io possa adorare allo stesso modo Proust e Céline, è sempre difficile dare una risposta articolata.
Potrei dire che sono due stili inimitabili, per quanto in un certo modo opposti:

nulla é più grande della sintassi proustiana e, insieme, della petite musique dell’argot cèliniano.

Proust avrebbe odiato Céline e Céline ha odiato Proust (o almeno lo prese a esempio di quello che la sua letteratura non era).
Eppure a me appaiono come due giganti inarrivabili, facce diversamente espressive di una stessa medaglia, in periodi complessi della Francia e dell’Europa, periodi che Céline ha vissuto più a lungo di Proust, fino alle tragiche conseguenze, non vissute da Marcel.

Mi scuso quindi con la precedente letteratura russa, con quella francese. con i Joyce e i Kafka, ecc. ma per me Proust e Céline rimangono inarrivabili da chiunque.
L’ho pensato al Père-Lachaise sulla tomba di Proust e a Meudon su quella di Céline.
QUI il link a un articolo che non condivido totalmente ma che prova a fare un parallelo tra Proust e Céline

Gian Luigi Ago

Il pessimo esempio delle indagini su Bossetti

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Premetto che non ho intenzione di entrare nel merito della sentenza di colpevolezza di Bossetti, che non sono in grado di valutare. Ci sono però da evidenziare molti punti oscuri sullo svolgimento delle relative indagini.

Innanzitutto: ci si può fidare di PM che interpretano il loro ruolo come quello dell’accusa all’americana (stile telefilm Perry Mason) anziché fare l’interesse pubblico che il loro ruolo richiede, prevedendo di valutare prove e indizi obiettivamente?
Abbiamo addirittura PM che cercano invece disperatamente prove di accusa, spesso con mezzi che forzano i metodi di indagine.
E quando non vengono trovate, spesso si fabbricano prove (o notizie) false.

Durante il processo Bossetti, il Comandante dei Ris di Parma Giampietro Lago, seduto sul banco dei testimoni e sotto giuramento, ha ammesso candidamente che il famoso filmato del furgone, che doveva inchiodare Bossetti dimostrando la sua presenza sul luogo della sparizione di Yara Gambirasio, altro non era che un falso creato dai Ris su ordine… della procura di Bergamo.

A quel punto la PM Ruggeri si è alzata, non per prendere le distanze dal Comandante dei Ris ma per confermare le sue parole e aggiungere che però quel filmato non era stato portato come prova e che quel falso era stato fatto solo per mostrarlo a tutta Italia, attraverso i media, per convincere della colpevolezza di Bossetti. Come se questo giustificasse una simile mistificazione
A qualcuno di voi questi sembrano modi di amministrare la giustizia e comportamenti corretti?

Dopo questa dichiarazione di Lago alcuni giornalisti indignati (sinceramente o no, visto che erano stati i veicoli di questa bufala) si sono dissociati da quello che avevano scritto prima, dicendo di essere stati ingannati. A questo punto Lago ha fatto marcia indietro smentendo quanto detto in tribunale sotto giuramento, e confermato dalla PM Ruggeri, e ha querelato i giornalisti per aver pubblicato quello che lui stesso aveva detto in tribunale e che è agli atti.
Siamo al paradosso.

Sorvoliamo poi sulla questione discutibile dell’esito dell’esame del dna nucleare /mitocondriale (esistono centinaia di esempi processuali in cui si è sbagliata l’identificazione tramite il primo esame del dna) su cui molti genetisti hanno manifestato dubbi.

Sorvoliamo sul clan mafioso dei Locatelli (il cui boss è stato arrestato quattro giorni prima della sparizione di Yara) che agiva nello stesso settore lavorativo del padre di Yara. Clan gestore del famoso cantiere di Mapello.
Un clan che molti dicono ben protetto e libero di agire in quella zona.
A quel cantiere ben tre cani molecolari, in tempi diversi, avevano condotto senza indugi gli inquirenti, i quali però, dopo aver speso migliaia di euro pubblici per avere questo tipo di supporto, hanno affermato che i cani non erano attendibili… e che il cantiere non c’entrava nulla con questo caso, non si sa in base a quali considerazioni.

Sorvoliamo sul fatto che nessuna indagine è stata fatta sulla quantità industriale di dna trovato sul giubbotto di Yara, dna che appartiene a Silvia Brena, istruttrice di quella palestra e che all’epoca dei fatti aveva diciotto anni. Dna concentrato soprattutto sui polsi, come se Yara fosse stata trascinata per le braccia. E con le braccia all’indietro in posizione di trascinamento è stata appunto trovata Yara.
Sorvoliamo sul fatto che il presunto dna di Bossetti è sugli slip ma non sul giubbotto o altri vestiti, che non si capisce come non abbia potuto toccare, quando invece quello della suddetta istruttrice Brena era presente in modo esageratamente abbondante, la cui quantità non è giustificata da un semplice contatto in palestra come una stretta di mano o una pacca sulla spalla.
E in palestra tra l’altro non si indossa il giubbotto. Perché nessun sospetto e indagine sulla Brena, che poteva essere, quanto meno… complice del delitto? Mancanza di indagini pur in presenza di un dna certo e in quantità spropositata.

Sorvoliamo sul fatto che il dna dura 14 giorni e quindi è probabile che Yara sia stata portata in quel campo solo molto tempo dopo la morte.

Sorvoliamo anche sulle strane amnesie in dibattimento delle istruttrici e delle compagne di Yara che hanno risposto con una serie di “non ricordo” dimenticandosi tutto di quanto detto quando interrogate nel 2010 e anche dove lavorassero o studiassero sette anni prima, dando l’idea di una linea processuale concordata.

Sorvoliamo ancora sul fatto che i giudici siano stati 15 ore in camera di consiglio fino a convincere al verdetto di colpevolezza un buon numero di giurati contrari alla condanna (presi per sfinimento?).

Sorvoliamo sul fatto che non abbiano ammesso un nuovo esame del dna che, vista la sicurezza degli inquirenti, avrebbe dovuto confermare la colpevolezza dell’imputato e fugare ogni dubbio. Un nuovo confronto del dna di Bossetti con quello trovato su Yara poteva essere risolutivo.
Perché non è stato ammesso?
E’ malizioso pensare che sia stato fatto perché un esito diverso avrebbe sbugiardato il lavoro di un’intera Procura e un’indagine fatta a senso unico prelevando dna a mezza Lombardia e spendendo moltissimi soldi pubblici?
Malizioso pensare che per alcuni un successo processuale ed evitare una dimostrazione di cattivo modo di operare con danni alla propria immagine e carriera valga più dell’accertamento della verità?
Sorvoliamo infine sul fatto che lo stesso dna sia stato elaborato dallo stesso Ris, realizzatore del falso filmato del furgone (come dichiarato dal Comandante dei Ris Lago in tribunale e sotto giuramento), Ris che era poi agli ordini di chi a questo punto sarebbe più giusto chiamare “pubblica accusa” piuttosto che PM.

Insomma, al di là della colpevolezza o meno di Bossetti, un fatto è sicuro: questo processo dimostra come queste indagini siano state svolte partendo da posizioni precostituite e non obiettive e come si sia cercato a valle di dimostrare “quello che si voleva dimostrare” utilizzando anche forme di condizionamento attraverso i media, e talvolta con notizie false.

Purtroppo questo non è un caso raro, ma quasi la normalità. Questo modo di procedere testardamente, per confermare una tesi precostituita senza tener conto di elementi che la smentiscono e senza seguire altre piste, scartando prove e testimonianze a discarico è adottato molto spesso e che questo avvenga addirittura laddove c’è la possibilità di comminare una pena all’ergastolo, è molto grave e dà il metro di come l’amministrazione della nostra giustizia segua criteri e logiche spesso diverse dall’accertamento della verità.

Gian Luigi Ago

Campionato: l’ora dei conti

I conti si fanno alla fine, ho sentito dire per tutto il campionato. Ora alla fine ci siamo e arriva l’oste con i conti. Limitiamoci ad analizzare le squadre che sono arrivate sul podio.

1. La Juventus ha dimostrato di essere la più forte e soprattutto quella con più esperienza e tenacia; il suo primo posto è più che meritato. Mantiene la posizione di prima attrice già ricoperta l’anno scorso vincendo anche la Coppa Italia e disputerà tra qualche giorno la finale di Champions.

2. La Roma è uscita dalle competizioni europee ma si classifica al secondo posto in campionato. Ha guadagnato una posizione rispetto all’anno scorso garantendosi l’ingresso diretto in Champions.
In più ha battuto tutti suoi record di squadra e Dzeko è capocannoniere della Serie A (e dell”Europa League).
Un miglioramento netto quindi rispetto alla scorsa stagione.

3. Il Napoli è uscito dalle competizioni europee e si classifica terzo in campionato, perdendo una posizione rispetto all’anno scorso; dovrà fare i preliminari in estate per poter sperare di accedere alla Champions, perdendo anche in denaro e possibilità di procedere fin da ora a scelte di mercato che saranno in parte condizionate dall’accesso o meno alla Champions.
Un peggioramento netto quindi rispetto alla scorsa stagione.

Qui il conto portato dall’oste, nel nostro caso il discorso, potrebbe chiudersi pacificamente qui.

Ma, la mia natura previdente, mi spinge a cercare di prevenire subito le eventuali obiezioni di qualche tifoso napoletano, a cui sicuramente non basterà la chiarezza di fatti e numeri per sottoscrivere, come sarebbe logico, questi tre punti.
Se così non fosse, sarei lieto della loro sportività.

Dico questo, perché è tutto il campionato che ascolto obiezioni che ora le cifre della classifica dovrebbero mettere a tacere.

Ma nel caso qualcuno avanzasse ancora dei “se” e dei “ma”  occorrerà inoltrarci giocoforza nel campo della linguistica e della semantica.
L’italiano è una lingua stupenda perché ha parole diverse per ogni sfumatura.
Ad esempio “più bravo” è diverso da “più bello” e “spettacolo” è diverso da “competizione”.
Per tutto l’anno mi sono sentito ripetere che il Napoli ha giocato il calcio più bello e spettacolare d’Italia e qualcuno ha azzardato ad aggiungere anche di tutta Europa.
E con questo si intendeva dire che il Napoli era “migliore” della Roma e forse finanche della Juve.

Ammesso e non concesso (come diceva Totò) che tutta questa “grande bellezza” sia indiscutibile, rimane il fatto che il “bel calcio” non è il “miglior calcio”.
E questo per il semplice fatto che il Calcio, come qualsiasi gioco, ha delle regole precise che prevedono il raggiungere una meta.
Il calcio migliore è quello di chi fa (magari anche con un gioco più brutto esteticamente) più punti degli altri.

Questo perché è “migliore” chi raggiunge lo scopo del Campionato, cioè quello di vincere le singole partite per ottenere più punti possibili.
Se il calcio fosse solo spettacolo, non servirebbe iscriversi a delle gare, ma solo fare delle dimostrazioni aperte al pubblico.

Certamente fare più punti giocando bene è più apprezzabile che farlo giocando meno bene o male perché si aggiunge una piacevolezza estetica al risultato. Ma ciò non toglie che se uno si iscrive a una competizione a punti lo fa per ottenere più punti possibili, punti che non vengono assegnati, nemmeno in minima percentuale, in base a una valutazione estetica.

Anzi, giocare bene e ottenere meno punti di chi gioca male è quasi un’aggravante, perché il bel gioco dovrebbe essere finalizzato e aiutare a ottenere un risultato migliore, non peggiore.

Detto questo, come ben espresso nei tre punti iniziali è facile, logico, matematico e lapalissiano trarre la conclusione che la Juve ha confermato la sua supremazia, la Roma è migliorata passando dal terzo al secondo posto, il Napoli ha peggiorato passando dal secondo al terzo posto.

Chest’è.

Gian Luigi Ago