“La cattiveria”(tratto da “беспокойные раны нашего существа” di Gian Luigi Ago)

[…] Erwin riordinò lentamente e con estrema cura i fogli nella cartella, posò la penna nel calamaio, si alzò dallo scrittoio e si avvicinò ai vetri della finestra che davano sul viale, scostando la pesante tenda.
Gli ultimi eventi lo avevano fatto riflettere molto e molto soffrire. Per questo si ritrovò a riflettere sulla cattiveria; lui ne aveva conosciuta e subìta molta nella sua vita, attraverso ingiustizie, ingratitudini e incomprensioni che non avevano fatto onore alla sua sensibilità, alla sua disponibilità, alla sua attenzione agli altri, che aveva sempre avuto, anche a costo di sacrificare molte opportunità che gli si erano prospettate davanti.
Eppure continuava a provare per le persone cattive un’umana pietās che sovrastava il rancore. Era come se percepisse che dietro la cattiveria ci fosse un’incolpevole corruzione dello stato naturale umano e mai qualcosa di genetico. Una concezione, la sua, quasi rousseauniana.

Molti anni prima, quando Aloyzas, il suo più caro amico fin dall’infanzia, entrava in crisi e si sfogava con lui dicendo di essere egoista, insensibile, incapace di amare, Erwin lo confortava e gli diceva di farsi coraggio, di non buttarsi giù e gli elencava i suoi mille pregi e le grandi potenzialità che aveva.

Ma poi con il tempo si rese conto che Aloyzas era davvero insensibile e incapace di amare, o meglio: incapace di provare veri sentimenti che non rientrassero in qualche modo nell’ordine egoistico dettato dagli interessi della sua vita, della sua stabilità, della sua sicurezza. Non aveva mai provato un vero sentimento che fosse esclusivamente gratuito, che fosse magari anche contrario alla logica della sua preservazione. Il vero amore, per esempio, non lo aveva mai davvero provato; era passato da brevi e ripetute infatuazioni, a rapporti lunghi e basati su un sentimento che poteva mantenersi vivo proprio in virtù di essere un’alternativa alla sua solitudine, dandogli sicurezza, stabilità per il futuro, riconoscimento sociale.
Forse una volta sola incontrò un grande amore, una donna che lo amò veramente come nessuna prima.

Si chiamava Jelena ed era l’esatto contrario di lui: avventurosa, curiosa, fuori dagli schemi ottusi e perbenisti di quella metà dell’Ottocento in cui la aveva incontrata la prima volta, tanto da venire guardata con riprovazione da molti e da molti equivocata. Non era la donna che cercava marito e una sistemazione sociale  gratificante, come spesso succedeva allora; era piena di interessi e con una leggerezza, un senso dell’umorismo, una frenesia vitale che, lungi dall’essere qualcosa di infantile, come molti invece la interpretavano, era piuttosto una saggezza riguardo alla vita, al non sprecarne nulla, assaporandone ogni pur piccolo momento. Anche l’effimero era importante per lei, era anch’esso sostanza e maturità, a differenza del quieto vivere con cui molti invece individuavano il concetto dell’essere maturi e adulti. L’amore che provava  Jelena per Aloyzas era vero amore, puro, essenziale, quello che non ha bisogno di logica, di calcoli, di sicurezza, di stabilità, di spazio e tempo.
Era amore, e basta. Sufficiente a se stesso.

Logica, calcoli, pregiudizi, stabilità, convenienza, opportunità, giudizi della gente, sicurezza…
Erano invece proprio questi i criteri su cui si basava Aloyzas per scegliere di vivere o meno una storia d’amore. Per questo, anziché abbandonarsi a quel grande amore, si lasciò prendere, da bravo contabile qual era nella vita, dai calcoli, dal pesare le convenienze e l’approvazione sociale. La sua totale mancanza di empatia, lo rendeva di fatto cattivo verso il prossimo e incapace di relazioni, perché ogni relazione di qualsiasi tipo deve costruirsi mediante un punto di incontro tra due persone. Lui invece non viveva la relazione così, non concepiva il concetto di evoluzione in comune della coppia, era lui che valutava in base all’utilità e la convenienza, per lui solo, se avvicinare o meno a sé una donna.
Ogni persona che estrometteva dalla sua vita veniva quindi archiviata con una freddezza disarmante. A lui andava bene così e questo gli bastava.

Aloyzas era davvero egoista, e quindi, di fatto, cattivo. Erwin si accorse col tempo che anche quando Aloyzas si commuoveva magari assistendo a qualche rappresentazione teatrale o quando si lasciava improvvisamente andare a momenti di malinconia, si trattava in fondo proprio della sua naturale essenza umana che cercava di farsi strada tra il mare di insensibilità che diverse vicissitudini della vita avevano contribuito a generare e che gli impediva di raggiungere la riva.

Aloyzas, per Erwin, era la migliore rappresentazione della cattiveria.
Ma non riusciva comunque a biasimarlo o allontanarlo da sé perché gli voleva bene, di un bene disinteressato, paragonabile al disinteresse che costituiva l’amore che Jelena aveva provato per Aloyzas, e pensava che come ogni persona cattiva, lui fosse in fondo una persona infelice, la cui cattiveria si riversava soprattutto verso se stesso, impedendogli di volare al di sopra di tutti quei condizionamenti che lo tenevano legato al perimetro ristretto di una sopravvivenza quotidiana con poche scosse. Aloyzas rifiutava anche qualsiasi aiuto o sprone, non tanto per paura di osare ma piuttosto per timore di perdere il contatto con la stabilità e la sicurezza che gli dava il normale scorrere della quotidianità.

La sera stava ormai scendendo e dall’alto della sua casa sulla collina Gediminas, Erwin riusciva a scorgere il fluire lento di un tratto del Neris, e questo lo riportava a tanti ricordi che lo avevano unito alla povera Grażyna e di cui la città, il suo fiume e i suoi ponti erano stati spettatori.
Rimase ancora un po’ assorto a riordinare i suoi pensieri accanto alla finestra, tormentando con una mano il cordone della tenda.
Fuori stava iniziando a nevicare e i primi fiocchi scivolavano sui vetri e imbiancavano i rami secchi del viale.
Lasciò lentamente cadere la tenda, si voltò e, con passo esitante, andò a sedersi di fronte al camino a lasciar sciogliere a quel calore qualche residuo pensiero.
Cosa era stato sbagliato? Quando si sarebbe potuto prendere una strada diversa? Quale piccolo attimo, equivoco, frase, incomprensione avrebbe potuto essere evitato per cambiare lo scorrere ingiusto delle cose? Si tolse gli occhiali e li posò su tavolino, si lasciò finalmente andare al calore del camino, con le mani appoggiate sulle gambe e gli occhi appena socchiusi.
Fuori gli alberi, impassibili, riciclavano muti le irrequiete ferite del nostro essere. […]

Il pianeta sempre meno azzurro

Pasolini aveva prefigurato, forse profetizzato, un’umanità degradata, resa insensibile dall’apatia massmediatica dell’omologazione, schiacciata da quello sviluppo che, come ripeteva, è cosa ben diversa dal progresso.

Questa è oggi la cifra delle nostre società, delle nostre (in)civiltà.
Le dimensioni comuni e prevalenti sono l’egoismo, la mancanza di empatia, l’indifferenza (quella che Gramsci odiava) e un’inconsapevole corsa all’autodistruzione.
E questo compulsivo e involutivo istinto al sopravvivere, anziché al vivere, non è nemmeno più un fatto solo personale: si è tradotto ormai in dimensioni che travalicano l’individuo diventando psicopatologie sociali fino a manifestarsi in quella che tutte le comprende, quella di specie:
lo specismo.

Ormai il cambiamento non può più essere raggiunto in maniera radicale se non attraverso la consapevolezza che non sia più sufficiente limitarsi a combattere solo le ingiustizie sociali, cosa che va senz’altro fatta ma che rimarrà sterile se non si affronterà il problema che ne sta alla base: quello del ruolo della specie umana su questo nostro pianeta che stiamo rendendo sempre meno azzurro.

Solo questa presa di coscienza potrà essere una vera rivoluzione copernicana che, a cascata, potrà dirimere anche le varie ingiustizie, limitazioni di diritti, prevaricazioni e violenze di ogni tipo, estendendo la nostra sfera etica e il riconoscimento dei diritti innati.

Gian Luigi Ago

Il Covid19 è un essere intelligente

Pare ormai evidente che il Covid19 sia un essere di intelligenza superiore.
Appena arrivata l’estate si è defilato e tutti via a fare vacanze in Sardegna, ad affollare le discoteche, le apericene e la movida delle città.
E lui ne ha tratto un beneficio enorme.

Ora che si avvicinano le feste, fa la stessa cosa: prima ha spadroneggiato un po’ per toglierci le nostre abitudini (spesso idiote) così ora, per molti, il ritorno alle zone gialle equivarrà a un “liberi tutti” e dopo le restrizioni, volute strategicamente dal virus stesso, tutti si lanceranno in shopping natalizi, cenoni di Natale, veglioni di Capodanno, vacanze sulla neve, e via andare.

Il covid19 è anche furbo e cattivo: approfitta della nostra ignoranza e delle nostre scarse capacità di raziocinio per campare, svilupparsi e riprodursi. Come ogni entità superiore potremmo facilmente antropizzarlo.
Io me lo figuro ora che ridacchia mefistofelicamente mentre si sfrega le sue zampacce, pregustando un altro passo in avanti nel suo progetto di conquista, attuato anche attraverso tanti “cavalli di Troia” che ha piazzato astutamente tra politici, scienziati, giornalisti, complottisti e riduzionisti.

Chissà se ci sarà qualche Ulisse anche tra di noi che potrà ribaltare la situazione.
Ai posteri (se ancora ce ne saranno…) l’ardua sentenza.

Gian Luigi Ago

LA POESIA DI EDELWEISS TEDESCO (di Lerici-La Spezia)

ede18  EDELWEISS 

Il 13 ottobre 1915 a Lerici (SP) nasceva la poetessa e scrittrice Edelweiss Tedesco la cui poesia si è dipanata per tutto il Novecento fino al 1994, anno della sua scomparsa, riscuotendo apprezzamenti dalla critica nazionale ed estera e riconoscimenti ufficiali.

È in allestimento un sito in sua memoria che raccoglierà parte della sua produzione letteraria.
Tra le sue opere più importanti “Dal tempo del girotondo, “Il nostro umano vivere”, “Comunque sia”

RECENSIONI EDELWEISS

Liberazione animale ma anche umana

C’è una vexata quaestio nel campo antispecista/animalista:
Bisogna concentrare la nostra azione solo verso gli animali non umani oppure interessarsi anche delle problematiche umane?”

Questa questione è soprattutto di natura ETICA, ma anche POLITICA (nell’accezione più nobile del termine).

Dando per scontato, almeno da parte mia, che un gruppo antispecismo/animalista debba essere a-confessionale e a-partitico, vorrei affrontare la questione preliminarmente dal punto di vista etico.

Qualsiasi interazione che intercorre tra esseri senzienti produce degli effetti su entrambi ed evidenzia la natura di entrambi.

Questo succede indipendentemente da chi si rapporta:

un agente morale con un altro agente morale;
un agente morale con un paziente morale;
due pazienti morali tra loro.

Vediamo di analizzare bene i due termini:

Si definisce AGENTE MORALE un essere in grado di agire, i cui atti possono essere propriamente sottoposti a valutazione.
E’ quindi un essere in grado di agire, i cui atti possono essere propriamente sottoposti a valutazione in quanto giusti o sbagliati.
Gli adulti umani normali e, probabilmente, gli adulti di altre specie animali sono agenti morali (alcuni filosofi inseriscono in questo novero anche alt
re entità quali le culture, le società, le nazioni, ecc.). Un bambino molto piccolo e così pure i pazzi, i ritardati gravi e i comatosi non possono essere definiti agenti morali.

Si definisce PAZIENTE MORALE un essere il cui trattamento può essere propriamente sottoposto a valutazione in quanto giusto o sbagliato. Un bambino molto piccolo non è un agente morale ma è un paziente morale, in quanto ha importanza se viene maltrattato. Gli umani e gli altri animali non umani sono pazienti morali.Infliggere sofferenze a dei pazienti morali è intrinsecamente sbagliato in quanto essi sono detentori di uno status morale.

Un gruppo antispecista/animalista che compie azioni in difesa degli animali non umani non produce beneficio solo all’animale che si vuole liberare dall’oppressione ma anche alla propria sfera etica.
Dirò di più, occorre avere preliminarmente un livello etico alto per assumersi l’impegno di difendere altre specie quando il resto dell’umanità le sfrutta e le uccide. Un essere umano che si converte alla causa antispecista, allarga la sua sfera etica.
Ma l’Etica non è settoriale ma piuttosto una visione ecologica del mondo, dove tutte le specie, la natura, l’ambiente devono convivere in un equilibrio basato su rispetto, diritti ed eticità.

Ritengo inconcepibile che qualcuno salvi degli animali e poi tornato a casa spari a moglie e figli o vada a dar fuoco a dei barboni o degli immigrati.
Quale livello etico può avere costui?

Qualcuno obietterà con il banale:

agli animali non umani non importa se sono salvati da un santo o da un assassino”.

E’ verissimo ma, come scrivevo in un’altra mia nota sulle divisioni tra i gruppi antispecisti/animalisti, l’avvento di un epoca futura senza sfruttamento e uccisione di animali (quella che dovrebbe essere la nostra meta) non si ottiene con una somma di salvataggi di animali, ma nella creazione di una mentalità umana che arrivi a disdegnare lo sfruttamento animale.

E questa nuova mentalità/cultura, questa nuova weltanschauung, si costruisce agendo sugli esseri umani;, sono loro che devono maturare e acquisire coscienza. Per questo non ha senso permettere a razzisti, sessisti, omofobi, ecc. di fare parte attiva di un movimento antispecista perché la loro visone oppressiva è la stessa faccia di un atteggiamento oppressivo di cui lo specismo è una delle tante facce.
Meglio avere meno attivisti ma mantenere una coerenza ed eticità del gruppo.

Non è una questione politicista o partitica , come molti credono.
Quando si parla di Sinistra e Destra non si parla di partiti/movimenti di sinistra o di destra ma di un insieme di valori che storicamente sono stati così etichettati.


Poi è ovvio che i partiti politici si rifanno a questi valori in modo diverso tra loro.
Se non vi piacciono i termini sinistra/destra, per opportunità semantica non li citiamo.
Parliamo semplicemente di valori. Un antispecista non può avere valori di oppressione e di violenza, senza entrare in contraddizione con se stesso e con il gruppo.
E se può far venire comodo usarlo occasionalmente in un’azione animalista, va poi a intaccare la meta che ci prefiggiamo: solo una visione non oppressiva, non violenta potrà far cambiare l’atteggiamento umano verso il pianeta e tutti gli esseri che lo abitano.
Una visione che prescinde da questo, è monca e solo utilitaristica, solo uno strumento di rescue ma non di liberation e abolizionismo.
Salvare più individui possibile è giusto e auspicabile ma non basta, ne nasceranno altri, salveremo anche quelli e così via.
E’ come voler svuotare il mare con un secchiello…
Un mondo antispecista si avrà soprattutto convertendo tutti gli umani ad allargare la propria sfera etica e riconoscendo a tutti i diritti che spettano loro.


Conosco già l’obiezione:
“ma se uno compie atti violenti, viene estromesso dal gruppo”.
Va bene, ma la cultura e la visione di una persona è quasi più importante delle azioni. Le azioni possono essere occasionali e diversamente motivate, ma la cultura, l’indole e la visione del mondo di una persona sono qualcosa di molto più radicato e quindi di più importante.
Quante persone, anche importanti e nostri rappresentanti, non compiono atti violenti ma seminano e diffondono odio e violenza?
Hitler non ha mai ucciso nessuno con le sue mani…
La mentalità e la visione del gruppo deve essere omogenea perché non siamo solo degli “operatori di salvataggio” ma persone che vogliono cambiare il mondo e grazie a questo cambiamento metter fine al quotidiano, infinito e più grande olacausto della Storia: quello degli animali non umani.

Intendo dire che è l’approccio al mondo, il livello etico, il riconoscimento dei diritti che può cambiare il mondo da una visione antropocentrica (termine molto frainteso), accentratrice, violenta, prevaricatrice, oppressiva.

Più svilupperemo in noi e nei nostri gruppi una visione di non violenza e di non oppressione a 360° e non settoriale, più manterremo una natura eticamente inattaccabile, e più potremmo sperare in un cambio di mentalità nella società.
Perché, se qualcuno se lo fosse scordato, siamo noi umani che sfruttiamo gli animali non umani, e lo facciamo per specismo, una delle tante manifestazioni della prevaricazione e della violenza di noi umani.

Gian Luigi Ago





 




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La bambina e i granchi-giocattolo

base sito culturale

La bambina avrà si e no sei/sette anni e il fratellino che è con lei circa quattro; giocano sul bagnasciuga e frugano tra gli scogli; dopo un po’ che trafficano li vedo tornare trionfanti al loro ombrellone con un secchiello pieno d’acqua e con dentro due granchi.
A quel punto tutti i vicini di ombrellone, compresi i genitori, si complimentano con loro, qualcuno dice: “Son buoni da mangiare fatti alla griglia” e la bambina sorride soddisfatta di questa sua utile “spesa”.

Il mio primo istinto è di alzarmi e andare verso quel capannello di persone e far notare con decisione che raccogliere animali marini non è un gioco né una cosa educativa, anzi, oltre a essere un reato (art.544 ter del Codice penale), è un atto ignobile e crudele, in quanto si condanna a morte sicura un essere vivente strappandolo al suo habitat che noi frequentiamo solo per divertirci e che non abbiamo il diritto di danneggiare catturandone e uccidendone la fauna.
Vorrei dire loro a muso duro che stanno crescendo dei piccoli criminali, che li stanno educando alla violenza verso gli esseri viventi. Ma poi ci penso e mi trattengo, vedendo i bambini che stanno tornando agli scogli con il loro secchiello.

Quando passano davanti al mio ombrellone mi avvicino fingendo di curiosare e loro mi mostrano orgogliosi i due trofei.  Con aria seria e un po’ triste sussurro:
“Poverini, sembra che siano una coppia, stanno cercando di scappare dal secchiello e di tornare dove vivono. Ma voi che ne volete fare?

La bimba mi risponde: “Ce li facciamo alla griglia stasera” e prosegue sempre sorridendo. Non dico nulla.

Quando ripassano guardo ancora nel secchiello e chiedo se siano ancora vivi, e dico: “A me sembra che stiano soffrendo, che siano disperati e stiano cercando di raggiungere il mare, la loro casa, la loro unica felicità“.
I bambini guardano me e il secchiello un po’ perplessi e tornano al loro ombrellone. Li vedo in riva al mare con il secchiello posato lì vicino. Poi la bambina si avvicina al fratellino e gli dice qualcosa, prendono il secchiello e dopo un po’ tornano ancora agli scogli. Li vedo tornare, guardo il secchiello e questa volta è vuoto.
Fingo meraviglia e dico “Ma come, ve li siete già mangiati?
La bimba, ora non è più trionfante come all’inizio, ma è seria, assorta, forse triste e mi dice, quasi come se si vergognasse:
“No, li abbiamo liberati“.
Sorrido e dico loro:
Bravi, ma lo sapete che  avete fatto una cosa bellissima? Salvare delle vite, di chiunque siano, è una cosa di cui andare fieri. Se potessero quei due granchi vi ringrazierebbero per averli restituiti al mare e alla loro vita. Siete stati bravissimi”.  La bimba ora sorride di nuovo, torna al suo ombrellone e si va a fare una nuotata.

Questo episodio mi ha convinto ancora di più di come un approccio accusatorio e aggressivo – spesso usato contro chi non è ancora cosciente della necessità etica di rispettare i diritti innati di ogni essere vivente –  sia meno efficace e spesso controproducente rispetto a uno di tipo maieutico che spinga invece a far sorgere dei dubbi, che stimoli a prendere coscienza autonomamente e a far vedere le cose da un punto di vista divergente dalla massa, come per esempio, nel caso in oggetto, di quanti vedevano nel frutto di quella cattura un qualcosa da lodare.

La scelta di liberare quei due granchi è qualcosa che è maturato in quella bimba da un senso di compassione indotto in lei da poche parole che le hanno fatto vedere in quei granchi, non più dei giocattoli da spiaggia ma degli esseri viventi con una volontà e una sofferenza che li spingeva alla voglia di tornare a vivere la loro vita.
Che poi è semplicemente la verità delle cose.

Era semplice da vedere ma difficile da provare, schiacciati come siamo da abitudini, egoismi e superficialità.
Quella bambina ci è riuscita, anche se fosse solo per una volta.
Ora tocca a tanti altri.

Gian Luigi Ago

Divergenze tra movimenti antispecisti/animalisti

base sito

Purtroppo anche in questo tipo di lotta esistono differenze e contrasti che spesso superano i limiti che dovrebbero esserci tra chi combatte sostanzialmente per uno stesso obiettivo: la liberazione degli animali non umani da ogni tipo di sfruttamento da parte degli esseri umani.
È un rischio quasi fisiologico per chi porta avanti lotte di natura politica.
E uso il termine “politica” nella sua accezione più nobile, cioè di una pratica che tende a cambiare in meglio un approccio all’esistenza, riconoscendo diritti a tutti  (in questo caso anche i diritti innati di cui sono portatori gli animali non umani) estendendo così, anche per noi umani, la sfera etica nel rispetto dell’ecosistema di questo pianeta.

Purtroppo invece assistiamo a critiche, se non quando insulti, tra i vari movimenti che si battono in questo ambito.
Le critiche, se restano critiche corrette, possono essere giuste a livello di strategia ma poco efficaci su singole scelte di portare avanti la lotta in modi diversi dai nostri.
Se anche fosse vero che certe prassi, metodologie e approcci rischiano di essere poco incisive (e talvolta anche controproducenti), non credo che siano le singole pratiche a vanificare la lotta ma piuttosto, come dicevo, la strategia, la visione di insieme che non può essere solo la somma aritmetica di singoli atti, ma piuttosto l’inserire questi atti in un contesto di cui si progettano già le tappe dell’evoluzione verso la meta finale.

Intendo dire che in qualsiasi movimento possono convivere insieme pratiche talvolta poco e talvolta molto incisive, ma l’importante è la capacità di trovare un percorso che porti davvero alla meta, senza il rischio di arenarsi in vicoli ciechi e spesso autoreferenziali.
Serve  una visione strategica capace, con lungimiranza e tempestività, di capire come si possa riuscire a fare in modo che si diffonda gradualmente una sensibilità e una visione diversa del rapporto tra noi e gli altri animali.

Per fare questo bisogna sapere analizzare la realtà circostante e adeguare i metodi di intervento in modo che possano essere davvero forieri di cambiamento in chi oggi non percepisce ancora il valore di questa lotta.
Senza questa visione di insieme, che io penso non possa ignorare altre lotte “umane” contro ogni forma di sopraffazione, si rischia di dar vita a una sequela di azioni lodevoli in sé ma che resteranno, apprezzate o meno che siano, come singole testimonianze non in grado di allargare efficacemente la sensibilizzazione al tema della liberazione animale.

Per tornare alla riflessione iniziale, credo quindi che si debbano rispettare le singole azioni di lotta dei vari movimenti animalisti e antispecisti, senza abbassarsi a inutili, becere e violente aggressioni verbali che sono dannose all’insieme della lotta.
Diverso sarebbe invece un confronto sulle strategie più efficaci.
Ma qui ovviamente ognuno avrà delle idee diverse e sarà difficile trovare, come succede anche in altri campi “politici” dell”agire umano, una convergenza sulle strategie, pur condividendo stessi obiettivi e mete.
Sarà come sempre il tempo ad evidenziare i percorsi più efficaci alla vera rivoluzione ancora incompiuta di una totale liberazione animale.

Gian Luigi Ago

COVID-19, APRILE 2020

 

virus aprile 2020

Proprio nel momento più delicato del contagio arrivano messaggi contraddittori sulle restrizioni che, complici anche la comprensibile voglia di uscire di casa e l’incipiente primavera, inducono a una percezione di allargamento delle maglie restrittive.

Non è così: ora è il momento cruciale per dare una svolta nella direzione di diminuire i contagi. E serve più che mai restare chiusi in casa. Anche il termine del 13 aprile può indurre a equivoci. La distanza ASSOLUTA tra i singoli individui sarà necessaria ancora per molti mesi, come ha chiarito il responsabile della Protezione Civile. E per raggiungere il livello zero di contagio ci vorrà del tempo, forse qualche anno.

Se qualcuno si illude che questa sia stata un’emergenza di un paio di mesi e che poi saremmo tornati ad abbracciarci e a fare feste tutti insieme, non ha capito nulla. Consoliamoci pensando che le generazioni precedenti alle nostre hanno vissuto anni e anni di guerra; a noi è capitata questa pandemia. Facciamocene una ragione, anche se pensavamo di essere stati più fortunati dei nostri padri o nonni e di vivere in un mondo sicuro e felice (si fa per dire…). Anzi, quello che è capitato a noi è anche peggio della guerra. Il “nemico” è invisibile, non puoi tendergli agguati, non basta nascondersi. E in più il “nemico” ce lo siamo procurati noi con modi di vita irrispettosi dell’ecosistema del pianeta.

Allora prendiamoci almeno un paio di anni di tregua (durante le guerre ne hanno fatti anche di più e senza permettersi di stare a casa sul divano). Poi si vedrà. Ma se non adotteremo modi di vita totalmente diversi da quelli dei secoli scorsi, e anche di questo quinto di nuovo secolo, prepariamoci a vivere chiusi in casa per sempre a difenderci da cambiamenti climatici e malattie. E peggio andrà ai nostri figli.

Ma sono pessimista e, come diceva Oscar Wilde: il pessimista è solo un ottimista informato

Gian Luigi Ago

Tom Regan e il cane nella scialuppa

dog in lifeboat

Quando si manifestarono le prime opposizioni alla cosiddetta “sperimentazione animale” (leggi: vivisezione), l’argomento che i vivisettori opponevano era quello utilitaristico della superiore utilità della vita umana, un “mors tua vita mea” che “sacrificava” (brutto termine per qualsiasi cosa che abbia a che fare con l’esistenza…) la vita degli animali non umani in quanto la loro morte serviva a garantire la vita agli esseri umani, curando malattie con la realizzazione di nuovi farmaci
Il filosofo antispecista Tom Regan ne scrisse in una rivista americana in u articolo da titolo “The dog in a lifeboat”

Il problema era questo:
”Se ci trovassimo in una scialuppa di salvataggio con uomini e animali e fosse necessario “sacrificare” qualcuno perché qualcun altro si salvi, siamo sicuri che per noi sarebbe la stessa cosa sacrificare un cane o un bambino?
Dove finirebbero i nostri scrupoli etici a quel punto?”

Detta così è realistica: chi butterebbe a mare un bambino piuttosto che un cane? Come si risolve un simile problema etico?
Molto difficile, ma Tom Regan si interessò alla questione, non per questioni etiche ma di diritti, per smontare il paragone con la “sperimentazione animale” che veniva giustificata a fronte di un maggiore e prevalente diritto alla vita degli esseri umani.

Partiamo da una considerazione preliminare che non dovremmo mai perdere di vista: questo è un esempio-limite che non accade, per esempio, nello sfruttamento di “routine” degli animali, e che tanto meno è attinente al caso della vivisezione, sapendo oggi che in realtà questa pratica non è necessaria né utile e che comunque può essere sostituita con nuove forme di ricerca.

Tom Regan raccolse la sfida e sulla questione della scialuppa, chiarì subito che andavano poste delle questioni preliminari per risolvere quello che è di fatto un CONFLITTO TRA UGUALI DIRITTI.

Prima di tutto perché l’esempio e il confronto con la vivisezione sia plausibile, esso deve ottemperare a dei criteri:

1) SICURA (non probabile..) minaccia di morte se qualcuno non venisse
sacrificato;

2) NESSUNA POSSIBILE ALTERNATIVA al “sacrificio”;

3) RAGIONEVOLE previsione che il sacrificio di uno sarà necessario e sufficiente per salvare la vita degli altri;

Teniamo presente che Regan non sta facendo un rendiconto utilitarista ma un discorso sui DIRITTI per cui il diritto a vivere di un cane è uguale a quello di un uomo.

Tom Regan include due criteri:

1) Va sacrificato il “MENO SVANTAGGIATO DALLA SCELTA”.
E qui si pone un altro problema: a parità di DIRITTI (non dimentichiamo mai che di questi stiamo parlando) è meno svantaggiato dalla scelta un cucciolo di cane che ha diritto a vivere tutta una vita o un vecchio malato terminale?

2) Va sacrificato chi è “PIU’ INNOCENTE” e qui Regan indulge a favore degli animali che sono tutti innocenti rispetto agli umani.
Se a bordo della scialuppa ci fosse poi un dittatore sanguinario sarebbe questo il miglior candidato…

Questo ragionamento che ho sintetizzato, ma che in realtà è molto più articolato, salvaguarda la parità di DIRITTI, non basandosi solo di un criterio di “appartenenza di specie”.

Usciamo dalla metafora: l’ipotesi della scialuppa, in una situazione reale avrebbe mille variabili drammatiche di risoluzione e magari qualcuno potrebbe buttare a mare un altro per motivi personali o di interesse.
Gli unici che sicuramente sarebbero sacrificati, almeno per primi, sarebbero senz’altro gli animali non umani.

Ma questi ragionamenti in realtà servivano a Regan per smontare l’obiezione principale dei vivisettori.
La ricerca sugli animali non soddisfa a nessuno dei tre criteri primari e quindi la metafora della scialuppa di salvataggio non calza assolutamente con la vivisezione.
Resterebbe nella realtà una situazione drammatica, ma i due punti di scelta indicati “salvano e confermano” la teoria dei diritti, condizionando la scelta, in linea ovviamente solo di ragionamento e di principio, a criteri diversi dall’appartenenza di specie, criterio principe invece nella pratica vivisezionistica.

Gian Luigi Ago

 

Firenze Mega Cubo della Verità – AV

firenze

Il Mega Cubo di oggi a Firenze, sta a dimostrare come la sensibilità all’antispecismo stia pian piano facendosi strada.
Ed è confortante vedere che ci siano soprattutto giovani che si attivano su questo che è l’estremo terreno di riconoscimento dei diritti e conseguente estensione della sfera etica umana.

Un tema finora sottovalutato e ancora difficile da percepire per molti perché coinvolge ciascuno in prima persona e, alla presa di coscienza non possono che fare seguito scelte e cambiamenti importanti nella propria vita quotidiana;
i cambiamenti e le scelte secondo coscienza sono forse il più alto momento di coerenza con se stessi; cambiamenti non facili quando tutte le agenzie formative, dalla scuola alla famiglia, sono ancora dominate da abitudini, disinformazione, pregiudizi su questo tema, quando le strutture non sono attrezzate a recepire nuovi approcci alimentari, ma non solo.

Il metodo adottato da Anonymous for the voiceless è quello più innovativo e incisivo: si basa sul metodo maieutico socratico. Non c’è aggressività, non spinge a sentimenti di colpevolizzazione chi ancora non recepisce questo problema. Si parte da nude immagini che parlano da sole e che non possono non fare riflettere.
Certo, di fronte alla possibilità di cambiamenti nella propria vita, molti adottano un comportamento classico nella psicologia: la rimozione del “pericolo di sconvolgere la propria vita“.
Si cancella così quello che si è visto, le emozioni provate ci si adagia nell’abitudine rassicurante. Ma molti cominciano a riflettere e si fermano a guardare cosa succede agli animali non umani prima di diventare la loro cena, il loro abbigliamento, il divertimento e spettacolo a cui portare i propri figli.

Ed è allora che gli attivisti di AV intervengono, non a spiegare ma ad accompagnare e integrare con maggiori informazioni, e attraverso il dialogo, la presa di coscienza.
C’è ancora tanto da fare, ma sicuramente prima o poi verrà il giorno in cui si inorridirà pensando che un tempo c’erano persone che uccidevano esseri viventi e senzienti per farne cibo, vestiti, spettacoli o per giustificare ricerche mediche.
Quel giorno molti di noi non potranno essere annoverati tra quelli che facevano queste cose.

Animal Liberation now!
Go vegan!

Gian Luigi Ago
26 ottobre 2019